REINTEGRAZIONE SE IL LICENZIAMENTO COLLETTIVO E’ PALESEMENTE INGIUSTIFICATO – Trib. Roma 21.1.2014

martello

Il Tribunale di Roma annulla i licenziamenti privi di ragione  e dispone la reintegrazione ex art. 18 commi 7 e 4

Con un provvedimento ricco di spunti la sezione lavoro del Tribunale di Roma annulla i licenziamenti intimati nell’ambito di una procedura attivata con comunicazione ai sensi dell’art. 4, comma 2, l. 223/1991, di licenziamento collettivo e riduzione del personale.

Una Casa di cura accreditata presso la Regione Lazio intraprendeva una procedura di licenziamento collettivo per riduzione del personale di 15 lavoratrici donne, ponendo come ragione giustificativa il decreto del Commissario ad acta regionale di revoca dell’accreditamento. Il datore faceva ricorso alla CIGS. Nelle more della cassa integrazione il decreto veniva impugnato dinanzi al TAR, che accoglieva il ricorso e annullava la revoca. Il licenziamento collettivo seguito alla procedura veniva impugnato per ragioni di sostanza e di forma. Si costituiva la Casa di cura eccependo la regolarità della procedura, la correttezza della propria condotta, la sussistenza di ragioni di economicità successive all’annullamento della revoca e la non-riallocabilità delle lavoratrici.

Il giudice respinge in primo luogo l’eccezione di inammissibilità del rito Fornero sollevata dalla società convenuta, in virtù del richiamo all’art. 18 l. 300/1970 (sanzione cui la disciplina della l. 223 rinvia) nel comma 46 del’art. 1 della l. 92/2012 che ha istituito il rito.

Afferma poi che l’indagine del giudicante deve vertere sulla sussistenza del nesso causale tra il progetto di ridimensionamento e gli intimati licenziamenti. E nel caso di specie era assente la ragione determinativa dei licenziamenti. Le “ragioni di economicità” addotte dal datore come “comunque idonee” risultavano infatti in contrasto con il provvedimento di annullamento della revoca dell’accreditamento, revoca su cui aveva trovato fondamento la scelta di soppressione del Reparto di Ginecologia e Ostetricia e del Nido. E in ogni caso introducevano una giustificazione diversa in violazione del principio di immodificabilità della ragione. Inoltre, secondo il giudice unico, le esigenze organizzative che presiedono ad un licenziamento collettivo, in sé insindacabili, non possono essere del tutto arbitrarie (Cass. 2429/2012; Cass. 22655/2012), ma devono essere al contrario obiettivamente giustificabili e cristallizzate nella comunicazione ex art. 4 comma 3, così da consentire una verifica giudiziale del nesso causale. 

L’accertata assenza delle ragioni giustificatrici comporta l’applicazione dell’art. 18, comma 7, St. l., in quanto considerabile alla stregua di un vizio sostanziale attinente alla essenza stessa del recesso. La mancanza di una specifica previsione sanzionatoria e l’analogia con la fattispecie del licenziamento economico individuale consentono, in attuazione dell’art. 3 Cost., di estendere l’applicazione della tutela reintegratoria del comma 4 dell’art. 18 St. l. alla fattispecie di cui alla l. 223/1991.

Quanto poi al requisito della “manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento”, il giudice ha ritenuto che nel caso di specie la venuta meno della ragione propria dell’attivazione della procedura (era stata infatti annullata dal TAR la revoca dell’accreditamento) possa rappresentare effettivamente una ipotesi di fatto insussistente in modo manifesto.

(Dott. Fabrizio Ferraro)

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