LAVORATORE PUBBLICO CHE DENUNCIA ILLECITI E TUTELA PROCESSUALE – Corte d’appello di Brescia, Sezione Lavoro, 19 febbraio 2015, pres. Nuovo

martello e libro rosso

L’azione per l’accertamento della discriminatorietà degli atti della P.A. ex art. 54bis del D.lgs. 165/2001 non rientra tra le ipotesi previste dall’art. 28 del D.lgs. 150/2011, tuttavia la stessa può essere introdotta sia con rito ordinario che con rito sommario, quando vi sia urgenza di provvedere alla rimozione degli effetti ritorsivi e a una nuova valutazione dei singoli provvedimenti che devono essere adottati, affinché gli stessi non pregiudichino ulteriormente il rapporto di impiego in essere.
Qualora il dipendente dimostri la connotazione altamente sospetta delle ragioni discriminatrici, è onere della P.A. provare i motivi reali posti alla base degli atti impugnati (massime a cura di Flavio Salucci).

La Corte d’Appello di Brescia, con una delle primissime sentenze in materia, ha rigettato l’impugnazione promossa da un Comune lombardo nei confronti di una decisione, riguardante un suo ex Comandante della Polizia Locale, che aveva riconosciuto la discriminatorietà degli atti della P.A. in base alla speciale disciplina prevista dall’art. 54bis del D.lgs. 165/2001, introdotto dalla L. n. 190/2012 (cd. Legge anticorruzione nella P.A.).
Tale norma offre tutela contro un nuovo tipo di discriminazione e prevede delle particolari garanzie per i dipendenti pubblici che si siano trovati, per senso del dovere, nella condizione di denunciare condotte illecite di cui erano venuti a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro. Il nuovo istituto trova la sua ratio nel generale divieto di discriminazione sul posto di lavoro, che opera in riferimento a tutte le attività e a tutte le modalità attraverso le quali il comportamento del datore di lavoro si esplica nei confronti del proprio dipendente, garantendo la sanzione massima della nullità degli atti emanati in violazione di tale divieto, nonché quale arbitraria reazione (si parla di ritorsione oppure di rappresaglia) alle eventuali iniziative giudiziarie o di rivendicazione dei propri diritti promosse dal lavoratore.
In sostanza, con l’introduzione dell’art. 54bis, il Legislatore ha voluto eliminare quell’atteggiamento “omertoso” (esistente nelle P.A.), spesso motivato dal timore di subire la vendetta del proprio datore di lavoro.
Nel caso in commento, il lavoratore aveva adito il Tribunale di Brescia per far accertare la nullità, per violazione delle norme antidiscriminatorie, dell’atto di mancato rinnovo dell’incarico di Responsabile dell’Area Vigilanza del Comune, del provvedimento di diniego di corresponsione dell’indennità di coordinamento, nonché della delibera con la quale veniva introdotta a posteriori una diversa valutazione degli obiettivi assegnati in precedenza allo stesso. Ciò in quanto tali atti erano stati genericamente motivati e, comunque, emessi quale diretta conseguenza della collaborazione del dipendente in due inchieste della Procura Regionale della Corte dei Conti, con cui erano state accertate gravi responsabilità in capo al Sindaco e a un altro agente della Polizia Municipale del Comune.
A sua difesa, la P.A contestava prima di tutto l’erronea introduzione della domanda con il rito sommario di cognizione ex art. 702 bis c.p.c., poiché l’eccepita discriminazione non rientra tra quelle previste dall’art. 28 D.Lgs. 150/2011; in secondo luogo, invocava la propria discrezionalità sul rinnovo dell’incarico, che era giunto alla sua naturale scadenza, richiamando il principio della rotazione degli incarichi sancito proprio nella Legge anticorruzione richiamata dal pubblico dipendente.
Il Tribunale di Brescia aveva accolto la domanda, ritenendo corretta l’introduzione del rito sommario di cognizione e accertando nel merito la discriminatorietà, per intento ritorsivo, degli atti impugnati, dichiarandone la conseguente nullità.
La Corte d’Appello di Brescia, nel confermare integralmente quanto già statuito dal Giudice di prime cure, ha innanzitutto chiarito che non è necessario “forzare” la norma dell’art. 28 del D.lgs. 150/11, applicandola ad un caso nel quale già sono previste apposite garanzie per impedire gli atteggiamenti discriminatori o, per meglio dire, ritorsivi, ai quali potrebbe andare incontro il dipendente che ha denunciato un collega o un superiore. Del resto, l’azione per l’accertamento della discriminatorietà degli atti emanati dall’Amministrazione può essere introdotta sia con rito ordinario, sia con rito sommario, nel caso in cui vi sia urgenza di provvedere alla rimozione degli effetti ritorsivi e a una nuova valutazione dei singoli provvedimenti che devono essere adottati, affinché gli stessi non pregiudichino ulteriormente il rapporto di impiego in essere.
Peraltro, ha aggiunto la Corte, va ricordato il principio costante secondo cui dall’adozione di un rito errato non deriva alcuna nullità, né la stessa può essere dedotta quale motivo d’impugnazione, a meno che l’errore di rito non abbia inciso sul contraddittorio o sull’esercizio del diritto di difesa o non abbia, in generale, cagionato un qualsivoglia altro specifico pregiudizio processuale alla parte (cfr. Cass., sez. III, n. 1201 del 27.1.2012).
Proseguendo nel merito, la sentenza ha rilevato come il ricorrente abbia evidenziato il carattere discriminatorio e ritorsivo degli atti impugnati, segnalando innanzitutto che il mancato rinnovo era stato giustificato paradossalmente con la stessa normativa sull’antidiscriminazione da lui invocata e, in secondo luogo, depositando alcune mail, dalle quali si evincevano le pressioni ricevute da parte del Sindaco proprio in relazione al pagamento dell’indennità di coordinamento, che sarebbe stata liquidata in conseguenza della sua collaborazione o meno alle indagini svolte dalla Procura Regionale della Corte dei Conti.
La sentenza in commento, inoltre, non ha giudicato fondate le motivazioni addotte dall’Ente per giustificare il mancato rinnovo dell’incarico, ritenendole non idonee a contrastare la prova indiziaria fornita dal ricorrente: infatti, secondo le regole generali in materia di responsabilità contrattuale, avendo il lavoratore provato sia l’esistenza dei provvedimenti, sia la loro incidenza diretta sulle condizioni di lavoro (nel caso di specie, mancato rinnovo di un incarico assolto in modo da ricevere elogi all’esterno dell’amministrazione e mancato riconoscimento delle indennità aggiuntive, di solito sempre concesse) e sia la connotazione altamente sospetta delle ragioni poste a base di provvedimenti immotivati (o motivati in modo generico), era onere del Comune dimostrare quali fossero le reali ragioni che lo avevano indotto a privarsi dell’unico funzionario laureato, con comprovate capacità investigative, in favore di un dipendente transitato da un Comune limitrofo proprio per sostituirlo.
Conclusivamente, la sentenza si fa apprezzare per la novità ed originalità delle questioni sostanziali e processuali trattate.

Flavio Salucci

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