DOPO IL JOBS ACT: INSUSSISTENZA O IRRILEVANZA DEL FATTO MATERIALE CONTESTATO – Corte di Cassazione, Sez. Lav., sentenza 8 maggio 2019, n. 12174 – Pres. Bronzini – Est. Marchese

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Ai fini della pronuncia di cui al D.Lgs. n. 23 del 2015, art. 3, comma 2, l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, comprende non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità, ma anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilievo disciplinare.

Lavoro subordinato (Rapporto di) – Licenziamento disciplinare per giusta causa – Irrilevanza disciplinare del fatto materiale contestato – Art. 3, c. 2, D.Lgs. n. 23/2015 – Tutela reale – Applicabilità.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione affronta il tema dei presupposti per l’applicazione della tutela reintegratoria ai lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, ai sensi dell’art. 3, c. 2, Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 23.
Nel caso di specie, il Tribunale di Genova, chiamato a pronunciarsi in merito all’impugnativa di licenziamento disciplinare intimato a C.C. il 3 settembre 2015 dalla R. F. s.r.l., dichiarava illegittimo
il recesso, estinto il rapporto di lavoro dalla data del licenziamento e condannava la società datoriale al pagamento di un’indennità pari a quattro mensilità, ai sensi dell’art. 3, c. 1, del D.Lgs. n. 23 del 2015.
In considerazione dell’appello della lavoratrice, volto ad ottenere la tutela prevista dall’art. 3, c. 2, del D.Lgs. n. 23 del 2015 per il caso di insussistenza del fatto materiale contestato, in parziale riforma della sentenza di primo grado, la Corte di appello di Genova riteneva di dover confermare il dispositivo, ma con una diversa motivazione: in particolare, i giudici non negavano la condotta addebitata nella sua realtà storica (allontanamento dal posto di lavoro), piuttosto non consideravano la stessa, per le circostanze in cui si era verificata in concreto, di gravità tale da giustificare il licenziamento. Dunque, poiché la condotta non integrava la fattispecie relativa all’insussistenza del fatto materiale contestato, si riteneva comunque corretta la statuizione del giudice di prime cure con cui era stata riconosciuta la tutela risarcitoria prevista dal primo comma dell’art. 3, cit.
La Suprema Corte, ritenendo di dover fare applicazione della nozione di insussistenza del “fatto contestato” elaborata dalla giurisprudenza di legittimità nell’ambito dell’art. 18, c. 4, L. n. 300 del 1970, ha cassato la sentenza di appello, poiché «accertata, da un punto di vista solamente fenomenologico, la sussistenza della condotta materiale, ha da ciò solo tratto la conseguenza della impossibilità di una tutela reintegratoria, laddove un tale esito poteva conseguire solo alla ulteriore valutazione di apprezzabilità, sul piano disciplinare, della condotta medesima tanto da un punto di vista oggettivo che soggettivo ovvero di imputabilità della stessa alla lavoratrice».
La questione giuridica posta dinanzi alla Corte ha riguardato, dunque, l’interpretazione dell’art. 3, c. 2, D. Lgs. n. 23/2015, nella parte in cui consente al lavoratore di ottenere la tutela reintegratoria nell’ipotesi di insussistenza del “fatto materiale contestato”. Non essendo la disposizione perfettamente coincidente con la formulazione dell’art. 18, c. 4, della L. n. 300/1970, come modificato dalla L. n. 92/2012, che collega, invece, la tutela reintegratoria all’insussistenza del “fatto contestato”, la Corte si è domandata se le conclusioni cui era pervenuta in quest’ambito fossero valide anche in relazione alla nuova disciplina introdotta dal D. Lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, rispondendo affermativamente.

* Dott. Francesco Di Maria

** Di prossima pubblicazione su “Lavoro a previdenza oggi” ( www.lpo.it )

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